Storia di una Pallina di Natale che diventa un’esploratrice

Per anni mi sono sentito come una pallina di Natale. Rossa, tonda, cosi perfetta da essere ammirata solo nei momenti più importanti. Ogni anno era sempre la stessa storia. Stesso albero, storia, luci e addobbi. Undici mesi chiusa in una scatola con tante altre palline puzzolenti e un mese sul grande albero: il posto dove tutte le palline vogliono stare.

Photo by freestocks.org on Pexels.com


Lo so che per una pallina “tonta e tonda” è davvero importante rimanere appesa all’albero il più lungo possibile. All’inizio questo mi piaceva pure. Io ero perfetta nel mio genere e sapevo che – se fossi rimasta appesa a quell’albero – sarei diventata sicuramente la CEO di tutte le decorazioni. Quando, poi, hanno piazzato l’albero davanti alla scatola delle meraviglie, meglio conosciuta come televisione, ho capito che gli addobbi avevano torto. Noi non eravamo le uniche decorazioni, ma c’erano tante altre palline e mondi da esplorare.

Non so come spiegarlo, ma quella televisione aveva cambiato la percezione della mia esistenza. Ero destinata a rimanere una pallina di Natale? Era quello il mio posto? No, non poteva essere così. Dovevo trovare un modo per andare via da quell’albero. Io volevo esplorare. Non volevo essere per sempre una pallina da esibire nei momenti più importanti dell’anno, ma capire e ricercare. Volevo andare e girovagare tra i mercatini di Natale più belli. Volevo, insomma, vivere il mondo e non osservarlo passivamente, appesa a un albero.


Sopravvivere in una scatola per undici mesi, quando sai di voler andare via, è una bella sfida. Voi non lo sapete, ma in quegli scatoloni bui, le palline più anziane, gli elfi e gli angioletti ci preparavano al Natale con metodi rigidi e brutali. Dovevamo studiare tecniche di esposizione, luci e make up e sicurezza ambientale contro gatti, cani e bambini. Insomma, imparavamo a recitare, ma nessuno ci insegnava a pensare. Una volta, l’8 Dicembre, avevo sentito parlare il Ministro dell’Istruzione al TG. Aveva detto che la geografia e la filosofia erano materie inutili. Io sapevo di cosa si trattasse perchè su Rai 2 andava sempre in onda un programma per bambini che insegnava loro Aristotele e la geografia. Per questo, un giorno chiesi alle palline senior di insegnarci un po’ di geografia e filosofia. Insomma, da dove veniamo? Dove siamo state fabbricate? Siamo portratrici di tumori? La Cina è davvero cosi pericolosa come sostiene Donald Trump? E soprattutto, perchè ero l’unica pallina di Natale a capire l’italiano? Noi palline parlavamo il Palinese, una lingua che nessun umano avrebbe mai capito. Ovviamente non sono stata presa sul serio e sono diventata una pallina ribelle. Da quel momento, i miei professori mi hanno preso in antipatia. Mi dicevano che facevo troppe domande e che per essere una pallina di Natale ero troppo curiosa.

Con gli anni, appesa a un albero non ci volevo più stare. Non so perchè, ma con il tempo venivo piazzata sempre più in alto, vicino alla stella cometa. Odiavo quel posto perchè alla stella piaceva sempre stare al centro dell’attenzione e noi palline eravamo quelle più a rischio – caduta libera. Essendo fatta di ceramica e avendo un valore affettivo molto forte per la famiglia, se fossi caduta, avrei spezzato il cuore a tante, tantissime menti pensanti. Nel mezzo della confusione più totale non sapevo quale decisione prendere. In qualche modo sarebbe stato meglio cadere e frantumarsi, invece di vivere una vita senza sogni e aspirazioni. D’altro canto, io credevo nella magia del Natale e sapevo che Babbo Natale, prima o poi, avrebbe trovato un modo per arrivare in quella casa e salvarmi.


Ogni mattina mi ripetevo che non sarei stata una pallina di Natale per sempre. La sera, però, avvertivo dentro l’esigenza di piangere e di sfogarmi con qualcuno o qualcosa. Una pallina di Natale che piange nessuno l’aveva mai vista e, se fosse successo per davvero, sarei sicuramente diventata una sorta di reliquia religiosa da esporre ogni 8 Dicembre come succede il 19 settembre con lo scioglimento del sangue di San Gennaro a Napoli. Insomma, se avessi cominciato a piangere, tutti avrebbero gridato al Miracolo di Natale. Io, contrariamente a quanto si possa pensare, ero troppo stanca per essere appesa o esposta da qualche parte.

Mentre piangevo dentro e brillavo di luce riflessa fuori, succede quello che – in teoria – non sarebbe mai dovuto accadere. Il gatto di casa, quello malefico, aveva deciso di staccare la stella di Natale e, inconsapevolmente, di far precipitare l’albero. Nel mezzo della caduta, io mi sono sentita come Rose e Jack mentre il Titanic affondava. Ho avuto paura e pensavo che quella era la fine del tutto. Invece…

No, non ero nel paradiso delle palline. Quando ho aperto gli occhi, non solo potevo guardare, sentire e odorare; adesso avevo delle mani per toccare, dei piedi per camminare. Avevo una faccia, una pelle con tanti peli e dei capelli lunghi da legare. Avevo dei buchi alle orecchie dove appendere delle palle di Natale e due occhi veri con cui piangere. Avevo addirittura un cervello e un sistema nervoso ben sviluppato. Insomma, io, una vecchia palla “tonta e tonda” ero diventata un essere umano in carne e ossa e avevo finalmente tutto per andare e viaggiare.


Non so come sia possibile, ma il titolo di studio che avevo ottenuto nello scatolone era stato tradotto come “Storie, Culture e Tradizioni del Mondo Occidentale e Orientale”, avevo un CV di tutto rispetto e avevo scritto due libri sul Natale e sulle tradizioni nel mondo arabo. In più parlavo otto lingue, insegnavo Geografia e Filosofia alla Columbia University a New York e praticavo cinque religioni. Nessuno lo sapeva, ma io ricordavo di essere stata una pallina di Natale e se lo avessi raccontato a qualcuno tutti mi avrebbero preso per matto.


Da pallina volevo vivere un Natale inglese, tedesco, francese, cinese e islamico. Volevo capire cosa celebravano i musulmani e parlare con lo schiaccianoci di balletti e di Gesù Bambino. Insomma volevo trasformarmi in un essere umano, avere delle gambe e delle mani, mangiare un curry wurst in un mercatino di natale a Berlino e bere del buon vino caldo con gli amici. I sogni non volevo appenderli, ma realizzarli e vivere con quello che ero stato in grado di guadagnarmi. Ecco, volevo il mio posto nel mondo, il mio albero, la mia tradizione e appendere altre palline per insegnare loro che esistono intere foreste e boschi da rispettare e illuminare con cuore, cervello e – come direbbe Greta Thunberg – con tanta sostenibilità.


Viaggiando ho capito che i Miracoli esistono e che non si possono spiegare con le parole, ma con le emozioni. Viaggiando, sognando e perseverando ho capito che la volontà e l’empatia aprono tutte le porte. Ero una pallina di Natale appesa a un albero. Adesso ho il mio spazio, il mio habitat e le mie luci. Ora sono in grado di scegliere. Questo è il vero miracolo di Natale. Questo è quello che volevo.

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