Lettera a mio padre: “La vera storia dei treni a vapore”

Le frecce, gli intercity, i regionali. La mia storia è un treno che passa, che non si ferma, che non si paga e ti porta dove vuoi. Non so bene cosa significhi acquistare un biglietto alla stazione perché sono un privilegiato, ma strada facendo, ho pagato con sudore altre piccole cose. Non avevo nemmeno i denti per mangiare e la mia famiglia mi ha buttato su un treno, con uno zaino più grande di me. Non so nemmeno cosa contenesse, ma immagino ci fosse tutto l’occorrente per andare oltre quello che ancora non conoscevo.  Quando ho preso il treno per la prima volta mi sentivo il bambino più forte del mondo, ipoteticamente speciale. Sapevo che nessuno, tra quei pochi che all’epoca conoscevo, aveva un padre macchinista. Ero un privilegiato, uno  snob, un figo, un viziato, uno di quelli che già si lamentava delle Ferrovie dello Stato. Io, su quei treni, ero il re, ci sono cresciuto. Ho guidato quel mezzo con mio padre,  seduto sulle sua ginocchia, ascoltando Adriano Celentano.

Quel bambino ancora lo vedo, lo sento, lo ascolto, lo rimpiango. Piccolo, grassottello, inutile, provinciale, un sognatore. Abbandonato al suo triste destino, quel bimbo sedeva in mezzo alla gente, mentre suo padre non era lì a proteggerlo come tutti ipoteticamente avrebbero fatto. Era dall’altra parte del treno, con l’aiutante macchinista e parlava di  cose per me senza senso. Il peso del distacco momentaneo non mi è mai pesato. Si, ero piccolo, un debole, ma già mi sentivo indipendente, libero, forte, al centro del mondo. All’epoca, non avevo bisogno di ricercare quella sensazione o di spiegarla con le parole. La vivevo e basta! Ero un sognatore, ma non ricordo cosa stessi sognando. Sapevo di essere tutto, di avere tutto.

Mentre papà scherzava con i suoi colleghi, io avevo il tempo  per ascoltare il suono stridulo delle ruote sui binari, anzi, di quei freni vecchi che a malapena funzionavano. Il mio naso ancora rimembra quell’odore nauseante dei vecchi regionali sporchi, sudici, veri, pieni zeppi di lavoratori stanchi. Ricordo che la gente mi guardava. Avranno sicuramente pensato che mio padre fosse un pazzo. Come si può abbandonare un bimbo di quattro anni, in un vagone pieno di sconosciuti, con un panino con speck e mozzarella? Il giudizio a volte è una brutta bestia. Nessuno sapeva, infatti, che chi doveva controllarmi era lì, in quel vagone, forse addirittura al mio fianco, ma a me non era dato saperlo. In quei lunghi viaggi, l’uomo più forte del mondo qual è mio padre, mi ha insegnato fin da subito a prendere i treni da solo,  a cavarmela a mio modo, a sentirmi autonomo, indipendente, un umile privilegiato. Sì, sono cresciuto sui treni,  me ne vanto. Anno dopo anno, sono diventato un esploratore, un viaggiatore, un assetato di conoscenza. Senza possessioni, ho imparato a prendere i treni, a riconoscere l’uomo nero, a guardarlo, a non giudicarlo, ad allontanarlo.  Altre volte, però, l’uomo bianco mi ha fatto male, si è mangiato la mia innocente libertà, mi ha lacerato dentro, sono caduto e mi sono fatto male.

L’indipendenza è un’arma a doppio taglio. Al posto del treno poi ho preso il traghetto, la nave, l’aereo e infine la patente. L’uomo del treno a vapore ha lasciato la sua amata stazione, è cambiato. Con i capelli bianchi si è messo al mio fianco per insegnarmi a guidare. Papà non mi ha giudicato, mi ha sostenuto. D’accordo, avete ragione, la troppa presa di coscienza mi ha portato a uno stato di paura e di rigidità,  che manovra dopo manovra, è diventata esperienza.  Ho cominciato a guidare la mia vita, ad andare veloce senza mai fermarmi perché i parcheggi ancora non li so fare. La macchina ora la guido da solo. Mi siedo, sento la voce di papà, mi sento autonomo e cammino.

Ormai viaggio perennemente anche quando sono fermo. Mi muovo mentre i miei pensieri sono fissi, anzi, futili convinzioni che poi rimetterò in discussione. Cambierò, inizierò nuovi percorsi, penserò, giustificherò i miei errori, chiederò scusa e a volte guarderò indietro. Prenderò le foto di quando era bambino, di quando avevo bisogno della mano di mio padre per camminare. Rimembrerò quella forza, quel calore, quegli insegnamenti, quell’amore eterno di cui avrò sempre bisogno. Lontano dall’origine, penso ai treni presi, alla puzza di pipì dei regionali, alla voglia di andare oltre.  Aspetto un nuovo treno a vapore, mi sento improvvisamente a casa e sono felice.

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